Andretta Baldanza

Un nuovo sabato è arrivato e come avrete capito è il giorno della settimana che preferisco. 

Non solo perché finisce la settimana e inizia il weekend, ma soprattutto perché ogni sabato conosciamo un nuovo emergente!

Come prima cosa direi di iniziare con le presentazioni. Dicci come ti chiami e nel caso di un nome d’arte raccontaci come lo hai scelto e perché?

Ciao! Io mi chiamo Andretta e no, non è un nome d’arte 🙂 anche se immagino che lo sembri… pare inventato, eh? Sembra che mio padre abbia sentito questo nome una volta, da giovane, sul lavoro, e abbia deciso lì per lì che sarebbe diventato il nome di sua figlia, se ne avesse avuta una. Ebbene, eccomi qui. La donna che vanta il Guinness world record per il maggior numero di ripetizioni del proprio nome alla domanda «come ti chiami?» 🙂

Sono onesto, sei la prima Andretta che conosco, ma mi piace molto il tuo nome. Dimmi cosa posso offrirti per questa nostra chiacchierata?

Diciamo una bella tisana ai frutti rossi, eh? Buona! Anche se, un bel caffé… no, la verità è che io prenderei una birra ma non vorrei fare la figura dell’ubriacona… 🙂

Adesso vada per la tisana, effettivamente forse è un po’ presto per la birra 😀 . Come nasce la passione per la scrittura?

Non mi ricordo di un periodo della mia vita in cui non mi piacesse scrivere. Ho sempre scritto, principalmente diari, che in adolescenza erano praticamente lo script di Beautiful e Sentieri messi insieme… inoltre, una cosa che ricordo molto bene è che da piccola, la mia aspirazione era essere famosa. Non ricca, non necessariamente, ma nota. Una che la riconoscono per strada, sai. E nella mia testa non ero mai una grande attrice o una cantante. Ero sempre una scrittrice.

Cosa ti ha fatto dire “voglio scrivere un libro”?

Nulla, perché di fatto, non l’ho mai detto. Ho cominciato senza quasi rendermi conto. Ero in un periodo un po’ complesso della mia vita e avevo dell’emotività da ‘buttare fuori’. Quando parlo di emotività di solito mi riferisco alla sfera sentimentale/erotica, per capirci. Così ho iniziato a scrivere un racconto, che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere di una decina di pagine e parlare di una marcia forzata attraverso i boschi del nord di un gruppo di prigionieri di guerra ridotti in schiavitù dai guerrieri di un villaggio norreno, e di come questa marcia cambi la vita di uno dei suddetti guerrieri. Ebbene, ne sono uscite circa 800 pagine: due romanzi.

Quale genere scrivi e come mai ti sei approcciata a quel genere?

Non scrivo un genere preciso, mi piace raccontare emozioni e rapporti personali piuttosto che fatti e accadimenti. E credo anche di essere più brava coi primi che coi secondi. Le mie trame spaziano in generi diversi: quella di cui ti parlavo ha una ambientazione storica (terre del nord, attorno all’anno 1000), poi ho un urban fantasy, un m/m e il mio ultimo romanzo, che esce domani, è un distopico. Come vedi sono un po’ schizofrenica. Il denominatore comune è l’emotività… nell’accezione che dicevo prima. Non manca la passione nelle mie trame, anche se non è mai fine a se’ stessa.

Qual è la prima cosa che ricordi di aver scritto?

A parte i diari, un racconto horror. Si basava sul ‘ritorno’ di una ragazza uccisa durante un rito satanico, attraverso un passaggio tra i mondi che si apre nella stanza del fidanzato di lei. Tutto il racconto si svolge dentro il passaggio, con lei che cerca di scappare e terrificanti presenze demoniache che cercano di trattenerla. La storia precedente dei due protagonisti viene raccontata tramite flashback. Ora che ci penso, potrei anche riprenderla in mano…

Chissà, magari potrebbe essere l’occasione per un nuovo romanzo, stavolta sul genere Horror. E qual è invece la cosa che più ti imbarazza di aver scritto? Quella che a rileggerla ti viene da dire “ma cosa accidenti ho scritto?”

Le poesie. Nei momenti di maggior sconforto giovanile, mi sono cimentata. Ti risparmio, non so nemmeno se le posseggo ancora o se le ho debitamente bruciate!

Parliamo del tuo processo creativo. Come nascono le idee per i tuoi libri?

Da qualunque cosa. Un rumore, una frase, un odore. Ti spiego la genesi dell’ultimo: ero in quarantena a maggio 2020, alla tv non si parlava d’altro che di Covid e di Silvia Romano. In Sicilia era appena stata posata una pietra d’inciampo in onore di mio nonno, martire dei campi di sterminio nazisti. Così ho iniziato a pensare… una donna rapita… il covid… la resistenza…. E ha preso forma l’idea di base del mio romanzo nuovo.

Ti definiresti più Plotter o Pantser? Ti piace avere tutti i dettagli sotto mano della storia prima di iniziare a scriverla oppure scrivi più “di pancia”?

Pancia, pancia, sempre pancia! Tanto, anche se metto giù una scaletta, per quanto dettagliata, poi i personaggi fanno come vogliono! Io non ci credevo quando sentivo gli scrittori dire che la storia gli prendeva la mano, pensavo che fosse solo una trovata. Invece è vero, ho dei personaggi che si sono scritti praticamente da soli. Eric del libro sui vichinghi soprattutto, ero molto ispirata!

Scrivi a mano con quaderni, appunti, diari oppure direttamente al pc?

Guarda, a mano non scrivo praticamente più nemmeno la lista della spesa, sono talmente disabituata che mi vengono i crampi alle dita quando devo firmare un modulo!

Ti piace ascoltare musica quando scrivi oppure preferisci il silenzio? In caso di musica, cosa ti piace ascoltare?

No, preferisco scrivere in silenzio. La musica è una distrazione. Mi è capitato di avere una musica in testa e di associarla a una scena in una trama, oppure a un personaggio, ma se l’ascolto inizio a cantare, e ciao ciao tastiera del pc. 

C’è un posto preferito dove ti piace scrivere in un posto in particolare, diciamo un angolino tutto per te?

Ho un angolino nuovo di zecca, una scrivania piuttosto ampia organizzata come un vero e proprio ufficio. Purtroppo si trova nel bel mezzo della sala, quindi con un passaggio continuo di figli e gatti, la tv che si accende e si spegne, richiami di vario genere provenienti da altre stanze… non il luogo più tranquillo del mondo, ma sai che ti dico? Va benissimo così!

Quanto tempo impieghi per scrivere un romanzo?

Mediamente un annetto. Faccio tanta ricerca, perché, come si dice, il diavolo è nei dettagli. Mi piace essere precisa, perciò se cito un ristorante, mi piace essere certa che quel ristorante esista davvero nella città in cui lo sto immaginando, e magari capire anche qual è il menù. Se cito una malattia, mi piace conoscerla. Se cito una tradizione religiosa, devo esserne padrona. L’ultimo mi ha preso più tempo perché in mezzo ci ho messo anche un altro progetto che mi ha assorbito molte energie. Insieme a due socie ho aperto una piccola casa editrice indipendente, Blitos Edizioni, e naturalmente questo ha sottratto tempo alla scrittura.

C’è un genere che non vorresti mai scrivere o che pensi di non riuscire a scrivere?

Come dicevo, quanto alle ispirazioni sono piuttosto schizofrenica. Quindi chi può dirlo, non so mai cosa potrebbe saltarmi in mente. Però posso dirti che nei miei romanzi non ci saranno mai situazioni di violenza romanticizzata, sai quelle cose tipo: sì, lui mi tira qualche schiaffo ogni tanto, ma è così geloso solo perché mi ama tanto e allora lo perdono. Ecco, quello proprio no. Se mai mi capiterà di scrivere di un uomo del genere, puoi stare certo he prima o dopo nella trama ci sarà chi lo prende a calci forte forte forte. Ma forte.

Hai mai avuto il blocco dello scrittore e nel caso come l’hai superato?

Un vero e proprio blocco no, ma sono in difficoltà con le fasi finali del mio ultimo romanzo perché per dare una conclusione degna devo uscire dalla mia zona di comfort e trattare argomenti diversi da quelli a cui sono avvezza. Il mio ‘trucco’ è scrivere comunque, come-viene-viene. Trovo più semplice sistemare un pezzo già scritto, per quanto scadente, che non aspettare di avere le idee chiarissime, cosa che potrebbe non avvenire mai!

Cosa provi mentre scrivi i tuoi romanzi?

Soprattutto empatia verso i personaggi. Devo ‘sentire’ come sentono loro, altrimenti non funziono. C’è una sorta di processo di immedesimazione, in pratica io divento il personaggio, ‘sono’ il personaggio anche per diverse settimane a fila. Da un punto di vista creativo è veramente stupendo, gratificante. Invece da un punto di vista psichiatrico preferisco non pensarci…

Ci sono sicuramente autori ed autrici che in qualche modo hanno influenzato il tuo stile, quali sono?

Stephen King e JK Rowling, per il modo sublime che hanno nel delineare i loro personaggi. Se hai mai letto IT, sai cosa intendo. Dopo due capitoli ti sembra che siano i tuoi vicini di casa da sempre, ti viene voglia di uscire e suonargli il campanello! Inoltre apprezzo moltissimo scrittori come Diana Gabaldon o Ken Follett per l’accuratezza storica.

Parlaci del tuo percorso da esordiente, tutto quello che hai fatto per arrivare alla pubblicazione.

Vuoi dire tutti i miei errori? 🙂 Mi sono buttata nell’avventura in modo del tutto inconsapevole, non sapevo niente non solo di self publishing, ma anche di editoria in generale. Avevo soltanto una dose gigantesca di entusiasmo e stop. Ho pubblicato i miei primi due romanzi in self senza un’editing, senza correzione di bozze, un disastro. Tanto che il primo volume l’ho dovuto ritirare, sistemare, e rimettere online. Col secondo è andata meglio… ma i danni dell’inesperienza non me li dimentico, mi aiutano a frenare il cavallo pazzo che vive nel mio cervello e a ponderare un po’ prima di agire!

Pubblichi con casa editrice o in Self? In caso di Self cosa ti ha portato verso questa scelta?

Entrambi, in realtà. I primi due romanzi, The viking chronicles, sono usciti self e dopo qualche mese una c.e. abbastanza nota me li ha chiesti. Mi sembrava una cosa stupenda che qualcuno volesse dare fiducia ai miei personaggi, così li ho messi sotto contratto. Tuttavia me ne sono pentita, in parte perché mi aspettavo dalla casa editrice qualcosa che non è avvenuto (specialmente in ambito promozionale) e in parte perché comunque quando li dai a un editore, i libri non sono più «tuoi.» Non decidi più tu, è un po’ come se li perdessi. I due successivi sono self, perché nel bene o nel male, voglio che quello che succede dei miei romanzi sia farina del mio sacco. Il prossimo sarà pubblicato col marchio Blitos, che è la c.e. di cui sono co-fondatrice. Sono felicissima che il manoscritto abbia superato la fase di selezione! Ci siamo fatte un punto d’onore di cercare di mantenere sempre uno standard molto professionale, quindi non pubblichiamo i nostri romanzi solo perché sono nostri, ma attraversiamo comunque tutto il processo di valutazione, come ogni altro autore. Devo ammettere che sottoporre il mio lavoro a persone che conosco e stimo è stato piuttosto difficile.  

Quella che hai detto è una cosa che ti fa onore. Sottoporre alla stessa fase di selezione il tuo romanzo, nonostante tu sia la co-fondatrice è una dimostrazione di grande umiltà. Ti faccio i miei complimenti per questo. 

Preferisci cartaceo o ebook?

Sono davvero indifferente, ormai. All’inizio ero tutta ‘o cartaceo o morte’ ma ora non più. La comodità di leggere su un dispositivo è impagabile in mille situazioni: la metropolitana affollata al mattino (ho letto Talkien in quella situazione, 3000 pagine, arrivavo in ufficio con la tendinite!), le vacanze, la sera quando tu leggi con la retroilluminazione al minimo fino a notte inoltrata e tuo marito russa…

Genere preferito da lettrice?

Assolutamente onnivora. Un anno in vacanza ho letto La signora delle Camelie e subito dopo Educazione siberiana. Per dire. In un romanzo non cerco una trama particolare, o una situazione particolare a priori. Cerco qualcosa che mi emozioni. A seconda del momento potrei trovare emozionante una storia d’amore, oppure l’amicizia tra un bambino e un cane, oppure la morte di un soldato che rifiuta di eseguire un ordine ingiusto, e così via. Perciò sono onnivora, perché non posso prevedere cosa mi colpirà in un dato momento.

Autore preferito?

Quelli che ti dicevo prima: Stephen King, JK Rowling (anche con lo pesudonimo di Robert Galbraith), Diana Gabaldon. In generale mi piacciono gli autori che mantengono uno stile ‘informale’ nei confronti del lettore, e che fanno parlare i loro personaggi come parlerebbero davvero se fossero persone reali. Harry Potter e IT sono pieni di modi di dire e frasi che potrebbero suonare persino sbagliate, a un orecchio interessato alla grammatica pura. Dolores Claiborne di Stephen King è un faro nella notte, parlando di questo aspetto. Invece devo dire che sto rileggendo Eco e lo trovo sempre meno aderente ai miei gusti. Per carità, Il nome della rosa resta un capolavoro assoluto ed è il libro che mi ha reso a quindici anni una lettrice compulsiva, ma con gli occhi di oggi trovo che lo stile sia inutilmente complicato, quasi ampolloso. Per me la letteratura dovrebbe rivolgersi a tutti, essere capita da tutti ed emozionare tutti, non solo quelli che conoscono il latino e tutti i termini più ricercati del vocabolario. 

Personaggio preferito? 

Impossibile scegliere! Ogni personaggio di cui leggo diventa, per qualche tempo, il mio preferito. Potrei citarti Harry Potter, il temerario Aragorn del Signore degli Anelli, il timido Adso del Nome della rosa, le sorelle Dashwood, Jack Jackson dei Pilastri della terra e molti altri. Questo in parte succede perché vado a scegliere, a seconda dei momenti della mia vita, letture che abbiano qualcosa ‘da dirmi’ in quei determinati frangenti. Al momento sono assolutamente affascinata da Cormoran Strike, investigatore privato nella Londra dei nostri giorni. Menomato, tormentato, con un passato complesso e una socia spettacolare, Robin, che non ha nulla da invidiargli in quanto a carattere e intuito. L’autore è Robert Galbraith, pseudonimo della mia amatissima zia J.K. (Rowling)

Futuri progetti in campo editoriale?

Più progetti che tempo per realizzarli! Come ti accennavo, oltre a scrivere lavoro anche come editore, e abbiamo tantissime cose in programma per il nuovo anno. Blitos Edizioni ha nella sua genesi un’attenzione particolare ai temi della parità e della lotta alle discriminazioni e alla violenza di genere, e stiamo lavorando a diverse idee molto interessanti, per coinvolgere e sensibilizzare le ragazze fin da giovani e allenarle a riconoscere discriminazioni e violenze. Sembra impossibile ma ancora tante donne non si rendono conto di quello che sta loro capitando finché non è troppo tardi! E poi naturalmente nuovi romanzi da pubblicare, fiere da allestire, eventi da organizzare… ora che siamo tornati a poter fare queste cose in presenza, non ci poniamo alcun limite!

Hai qualche consiglio per chi si sta affacciando adesso in questo settore o vorrebbe provare a “buttarsi”?

Diversi 🙂 avendo fatto parecchie stupidaggini in prima persona.

Il primo e più importante è proprio ‘buttarsi’. Senza paura. 

Se hai una storia, scrivila. Senza timore, senza timidezza. ‘Non sono capace’ devono essere parole eliminate dal vocabolario!

Il secondo è quello di non fare tutto da soli. Io ci ho provato e credetemi: non funziona. Per lanciare un buon libro ci vuole un autore, un bravo editor, un correttore di bozze, un impaginatore, un grafico/copertinista che sappia il fatto suo, e magari qualche beta reader. Come minimo. Dopo il lancio idealmente anche un esperto di marketing. Nessuno può essere tutte queste cose insieme! Perciò il consiglio è di trovare alcune persone che vi possano accompagnare nel ‘viaggio editoriale’, di sceglierle accuratamente ma di non essere tentati di farne a meno.

Il buio della Verità

Titolo: Il buio della verità

Anno di uscita: 2021

Casa Editrice : Blitos edizioni

Trama

Nel 2097 l’Europa – ormai nota come le Ultime Terre – non è più quella che conosciamo.

A partire dal 2020 si sono susseguite 4 pandemie di Covid, e come conseguenza della crisi economica derivata, nel 2058 una guerra per il possesso delle poche risorse rimaste ha decimato inesorabilmente la popolazione, riportando la tecnologia e gli stili di vita indietro di diverse decine d’anni. 

Le città sono semidistrutte, non ci sono quasi più scuole o servizi di nessun tipo, i pochi milioni di persone rimaste si sono riunite in una decina di città, denominate Colonie, governate da Londra, dove un dittatore sanguinario (il Presidente) ha preso il potere dopo la guerra.

In quel che resta della città di Parigi sorge il Consiglio della Resistenza, col compito di coordinare e comandare i pochi ribelli che lottano clandestinamente contro il regime del presidente. La lotta è dura e la resistenza cerca una soluzione definitiva rapendo la figlia del presidente stesso, Tayla Perry-Windsor, affidando la missione alla cellula operativa di Parigi, composta da 7 elementi e comandata da Declan Mallory e dal suo secondo, Bennet Peveril.

La missione non va come dovrebbe.

Il Presidente riesce a sfruttare il rapimento per rafforzare la sua propaganda e la sua posizione, mentre il Consiglio deve fare i conti con un possibile traditore al proprio interno. Tayla scopre una realtà di cui non aveva mai avuto coscienza e deve decidere da che parte stare: con suo padre, per l’affetto che gli porta, nonostante le prove della sua crudeltà, o con la resistenza che lo combatte?  La sua sarà una presa di coscienza dura ma inevitabile, che la porterà anche ad accettare i sentimenti che suo malgrado prova per il proprio rapitore.

Il personaggio di Tayla è assolutamente diverso da quello che avevo pensato all’inizio. Progettavo di farne tutto meno che un’eroina, anzi, nella mia testa era una ragazzina viziata e arrogante, con la quale era difficile simpatizzare. Invece niente. Tayla è montata in sella e mi ha fatto vedere come voleva essere scritta. Ne è uscita una donna forte, a suo modo, inconsapevole di tante cose ma capace di guardare in faccia una realtà difficile e chiamare le cose col loro nome, all’occorrenza. Per quanto riguarda gli altri, ho smesso da qualche tempo di affidarmi ai prestavolto, come usa fare nei gruppi di scrittori e lettori su Facebook, ma per Bennet Peveril, comprimario, ho sempre visto un viso davanti agli occhi, quello di Aaron di The walking dead (l’attore Ross Marquand), perché secondo me incarna alla perfezione quello che so del carattere di Bennet. Credo sia l’unico tra tutti che ha un ‘viso vero’. 

In un prossimo futuro penso di approfondire, magari con uno spin off, il personaggio di Urian Larsen, un altro comprimario. Si tratta di un ex combattente degli incontri clandestini che la mafia russa usava come killer. Durante la stesura, in modo anche lì un po’ inaspettato, mi sono trovata a raccontarne brevemente la storia attraverso le sue stesse parole, e devo dire che è una storia parecchio intrigante. Una storia che in qualche modo incontra il suo lieto fine nelle pagine di  Il buio della verità, e che quindi posso raccontare senza rischiare di incorrere in maledizioni varie, come mi è successo con Fino alla fine della mia, che è lo spin off di Lo spazio tra noi e che, al contrario, ha toni anche drammatici.

Si tratta di una trama distopica, ambientata nel 2097 dopo varie pandemie e una guerra, ed è di fatto la storia di un rapimento. La genesi è quella che raccontavo prima: Covid, Silvia Romano e mio nonno deportato si sono mescolati nella mia testa e hanno dato vita a una trama piuttosto movimentata. I temi affrontati, al di là della parte puramente avventurosa, sono quelli della libertà, della democrazia, dell’autodeterminazione.

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